Seguo con un certo distacco il dibattito di queste settimane circa il numero delle persone ammesse al cenone di Natale o l’opportunità di anticipare la messa del 24 dicembre alle dieci di sera. Non penso che il governo ci stia rubando il Natale, come qualche burlone ha detto in tv; spero solo che si riesca a trovare la quadratura del cerchio tra la riapertura degli esercizi commerciali in sofferenza e il bisogno di proteggerci. Mi preoccupano i dati dei contagi, e anche se c’è stata un’apprezzabile diminuzione negli ultimi giorni i numeri, nell’ordine delle migliaia, mi sembrano ancora spaventosi. Le riflessioni dovrebbero essere pertanto fatte soprattutto nel rispetto di chi ha un parente o un amico ammalati, o di chi svolge una professione sanitaria, e nel 2020 ha avuto il suo annus horribilis. Sono queste le prime persone che senza dubbio ci inviterebbero alla prudenza: quelle che hanno conosciuto da vicino gli effetti della pandemia, e che hanno poca voglia di pensare al Natale, alle vacanze o allo sci.

 

Ho una famiglia di origine poco numerosa; il mio babbo non c’è più, questo è l’ottavo Natale senza di lui. Anche i miei nonni se ne sono andati da tanto tempo, tutti e quattro. I miei ultimi Natali li ho passati a casa di mia madre, per un pranzo che non si discosta mai molto da quelli domenicali: non dura ore e ore, non comprende troppe portate, non si conclude con grandi brindisi e festeggiamenti. L’unica certezza sono sempre i tortellini in brodo e il cappone in salsa verde, su ricetta di Cecco: i miei insistettero talmente tanto che alla fine, una sera di un dicembre di troppi anni fa, si videro portare al tavolo un foglietto con scritti ingredienti e procedimento, e fu un regalo gradito. La salsa verde, in casa mia, è qualcosa di più di un piatto, è un ponte col passato e con le tradizioni perdute della mia città. I parenti, quei pochi che abbiamo, abitano tutti lontano, e a parte qualche telefonata per scambiarsi gli auguri non ricordo nemmeno un Natale festeggiato insieme a loro. Ne ricordo molti, invece, trascorsi in autostrada verso il mio posto del cuore, con la famiglia o da sola, ma questa è un’altra storia che tengo per me.

 

Non sono quindi la persona più adatta a descrivere la magia delle feste, perché le mie, per circa quarant’anni, si sono svolte in un modo che a tanti parrebbe inconsueto. E non sentirò quest’anno la mancanza di cose che non ho mai conosciuto, ovvero la riunione e le tavolate con i parenti. Però una riflessione per coloro che invece dovranno rinunciarci la voglio fare: è per un ottimo motivo. È, si spera, uno degli ultimi sacrifici che ci vengono chiesti di fare, forse uno dei più grandi, forse no. Ma per evitare che respiri, abbracci e baci diventino un focolaio di contagio a gennaio ci viene chiesto quest’anno di festeggiare un Natale un po’ sottotono. Preciso subito che non mi sentirete mai parlare di raccoglimento, di spiritualità ritrovata, di riscoperta dei valori tradizionali delle feste; non sono la persona più adatta nemmeno per questo, visto che nel raccoglimento mi annoio profondamente e mi viene voglia di uscire e andare a correre, sono spirituale a modo mio e sono pochissimo tradizionale nei valori. Mi piace perfino il consumismo natalizio che è oggetto di biasimo perenne! Adoro fare regali alle persone a cui voglio bene, e proprio perché è Natale se posso ci spendo di più. Tasto dolente: abbracci e cenoni a parte, per molti sarà un Natale diverso anche in questo, e a loro va il mio laicissimo augurio. Che l’anno nuovo consenta di dormire di nuovo sonni più tranquilli, con meno preoccupazioni legate al futuro.