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Non sono mai stata più contenta che un anno finisse come in questo freddo e piovoso 31 dicembre 2020, benché consapevole che i  cambiamenti che ci si aspettano dal 2021, se ci saranno, non si verificheranno a partire da domani. Come le diete che si iniziano il primo gennaio, i risultati non si vedranno subito. Dovremo aspettare un po’ di più. Che entri nel vivo la campagna vaccinale, che le misure restrittive diano risultati positivi duraturi, o che semplicemente arrivi la bella stagione e spazzi via la malattia che ha segnato la nostra vita con un colpo di zefiro ristoratore. La chiusura dell’anno è sempre tempo di bilanci; ma se guardo indietro ai mesi trascorsi ho poca voglia di farne, perché la malinconia mi aggancia, e non mi lascia più. Sono fortunata: i miei cari stanno tutti bene, e questa è la cosa più importante. Mai mi è parso più vero il detto dei nostri nonni “Quando c’è la salute c’è tutto”. Non ci siamo ammalati, per fortuna o strategia, o per una combinazione di entrambe le cose; abbiamo percorso questo campo da gioco dribblando un avversario che sembrava determinato con ogni mezzo a fare goal. E sono anche una dei privilegiati che non hanno perso il lavoro, o che non l’hanno visto diminuire, con le preoccupazioni che ciò porta con sé. Questo mi è stato spesso rinfacciato, non dirò dove, o da chi. Come se il non vivere le sofferenze di chi il lavoro lo ha perso non mi desse il diritto di comprenderle. Ma invece le comprendo eccome, e come tutti sono preoccupata delle conseguenze che questo annus horribilis avrà sul futuro dei nostri figli e sull’economia di un paese già provato.

 

Ma c’è, almeno, qualcosa da salvare? Forse sì. Cosa ci ha insegnato, quest’anno così diverso da tutti quelli che abbiamo vissuto prima? A curare di più i nostri affetti e le nostre case, troppe volte dati per scontati e mai adeguatamente apprezzati. A riconoscere il valore delle attività più semplici che aiutavano a passare le giornate, dal preparare un dolce al fare una passeggiata attorno casa. A occuparci di più dei nostri animali, che ci hanno fatto compagnia e hanno goduto più del solito della nostra. Il 2020 ci ha fatto tornare la voglia di cucinare, di fare ginnastica, di leggere un libro, di riguardare un vecchio film. Magari il 2020 ha rovinato rapporti che, se non hanno resistito alla convivenza forzata e alle restrizioni imposte, forse avevano bisogno di essere rovinati. Ma ci ha fatto anche riscoprire amicizie che credevamo interrotte con messaggi e telefonate che un anno fa ci saremmo forse dimenticati di fare: li abbiamo fatti adesso per assicurarci che l’altra persona stia bene. Che anche lei ce l’abbia fatta. Proprio come in guerra. E l’augurio di vedersi appena possibile, magari, quest’anno suona un po’ meno vuoto e falso, nelle telefonate ai parenti e agli amici lontani.

 

Non riesco a trovare più di questo, in un anno che ha tolto tanto a tutti. La libertà di andare al cinema o di prendere un aperitivo con gli amici sono poca cosa rispetto alle tragedie vere che ho visto e sentito succedere: torneranno, appena potremo, e le apprezzeremo di più. Eppure, non so a voi; a me riesce difficile immaginare come sarà il mondo quando ci saremo lasciati la pandemia alle spalle. Potremo smettere definitivamente di indossare le mascherine oppure diventeranno un’abitudine fissa quando si esce di casa, come prendere chiavi e telefono? E torneremo ad affollare stretti come sardine le vie del centro nei giorni di festa, i cinema alla prima di un film comico, i concerti del nostro cantante preferito? La paura che abbiamo provato ci spingerà a comportamenti più prudenti, o determinerà nuove regole perché non si ripeta più quello che è successo?

 

Forse in definitiva è proprio questa l’eredità più significativa del 2020; le domande. Su cosa abbiamo sbagliato e su cosa dovremo fare in futuro. Come disse una volta lo scrittore Nagib Mahfuz la saggezza di un uomo si valuta dalle domande che si fa, non dalle risposte che si dà. Speriamo allora che questo 2020 ci abbia fatti diventare tutti più saggi.