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Io, a S. Giorgio a Cremano: Come? Dove? Perché? Ma non mi aspettava Firenze? E S. Giorgio a Cremano, dov’è? A Napoli? E che ci vado a fare a Napoli? Non riuscivo a capire perché non volevo accettare una destinazione diversa da Firenze. Insomma, ero stralunato; la sera prima avevo speso tutto quello che avevo tanto che non mi rimase nemmeno una lira per telefonare. Risultato? Bardato come per andare al fronte, mi ritrovai, con altri disperati come me, su una tradotta. Per quelli che superano gli -anta, ricorderanno che qualche decennio fa c’era la Terza Classe. In pratica, soprattutto, sui locali, i sedili erano rigorosamente di legno, e la comodità … Però, gli orari erano rispettati. Ora, invece. Capii da subito che sapevi quando partivi ma non potevi nemmeno immaginare quando saresti arrivato.

 

Ore, ore, ore. Lentamente, cin fermate a caso, e ripartenze tra cigolii, odori, urli, bestemmie e fumo, tanto. In quel viaggio, credo di aver vissuto uno dei momenti più brutti, neri e cupi della mia vita. La tradotta ansimava, lentissimamente; rallentava; e poi, con uno stridore di freni che s’infilava  nella schiena, si fermava. Il viaggio, cominciato nel primo pomeriggio, finì a notte fonda. Giù dal treno, su sul CM, e ancora un’ora per arrivare alla caserma. Scendere e montare la branda. Tutto sembrava raffazzonato, improvvisato, o era un progetto per “smontare” di più? Ero disperato. Senza soldi, senza amici, senza speranza, mi buttai vestito su quell’oggetto che avevo montato ; ero sudato, sporco, desolatamente solo.

 

Si apriva, male, un altro periodo del mio periodo militare presso la SCUST, Scuola Specializzata Trasmissioni di S. Giorgio a Cremano, cittadina tra Portici e Napoli. Eravamo agli albori del 27 marzo 1972. Il complesso della caserma, più vasto di quello Sora, era prospiciente al Golfo di Napoli: traversavi la strada e, dopo pochi metri, c’era l’acqua, eufemisticamente chiara. Passato il portone d’ingresso, un piazzale ed un edificio alto e largo, il comando del Reggimento. Oltre, la piazza centrale dalla quale partiva un viale in leggera salita, sui cui lati si trovavano gli edifici delle Compagnie. La struttura generale mi parve vecchia: qualcuno disse che fosse stata una caserma borbonica, ma non mi stupidi più di tanto. La mia compagnia, l’11.a – come le altre – aveva tanto spazio all’interno; non c’erano brande a castello, ma i lavandini e le docce, senza senz’acqua sufficiente per tutti, avevano conosciuto tempi migliori, assai.

 

La mensa l’ho cancellata, mentre è ancora vivi l’edificio per la Scuola Marconisti, che cominciai a frequentare da subito. Tutto il resto l’ho dimenticato perché preso dall’apatia, dall’indolenza, dall’istinto di sopravvivenza e di conservazione. Anche la caserma mi sembrò, oltre che vecchia, stanca e indifferente, forse anche a sé stessa, per quell’amara ironia, quel disincanto, quel fatalismo propri del popolo napoletano. Meno male che il clima era caldo, perché tutto il resto metteva malinconia e tristezza. Cominciò, ricominciò, la vita quotidiana, e così scoprii Samuel Finale Horse. Per quale strano motivo mi trovassi qui, non lo saprò mai. Con quelli della mia Compagnia, emeriti sconosciuti, fummo inquadrati e trasferiti in un’aula di quell’edificio, con una macchinetta ed un tasto sul banchino: cominciava un’altra avventura, Dopo poco più d’un mese, mi ritrovai, nei pomeriggi, in fureria, la sede amministrativa della compagnia. Io non chiesi nulla, ma credo l’età, già alta, gli studi e il mio isolamento, giocassero a mio favore. Da subito, stetti benissimo. Saltavo le lezioni pomeridiane, e mi dedicavo ad accontentare il soldato semplice napoletano e campano. Fu cosi che il venerdì pomeriggio si formarono delle code davanti all’ufficio. Cercai di accontentare tutti per un 24/36 ore di libera uscita, ma non immaginavo ci fossero tanti soldati partenopei in questa compagnia. I pochi amici che mi feci, ed io, non ne prendemmo nessuno.

 

La domenica, invece, tutto sembrava più dolce e tranquillo. Io entrai a far parte dei un terzetto “nordista”, di cui ancora sono indelebili il volto e il nome e il cognome di uno di questi: Emanuele “Lele” Fossati, che, tra l’altro, era pittore. La tela che dipinse in Compagnia, “Veduta di Camogli”, me la regalò, e ne fa bella mostra di sé sulla parete del salotto. Questi quattro, “Fuori tempo e fuori luogo” si fecero compagnia e ci fu consigliato una trattoria a S. Giovanni a Teduccio che faceva al caso nostro. In realtà; non era un locale “ufficiale”: un ingresso senza nome, una saletta con due-tre tavoli, una cucina per famiglia, vecchiotta, dove cucinava un’”abbondante” signora, che ci prese da subito in simpatia perché suo figlio era stato mandato militare in Friuli. Mi ricordo benissimo di aver mangiato spaghetti alle vongole e fritto misto di pesce con patatine fritte come mai prima di allora, e forse neanche dopo! Il prezzo? Meno di una decade; L’atmosfera? Familiare. L’umanità? Immensa, indescrivibile, irripetibile.

 

Avevo “preso” il ritmo. A romperlo, due guardie notturne allo spolettificio di Torre Annunziata, assai dure e paurose, e le licenze. La prima, dopo 71 giorni di naia; poi, ne seguirono altre tre. Ma se il corso Marconisti durava 6 mesi, fino a settembre non si parlava di nuove destinazioni. Mi stavo rassegnando. Invece, improvvisamente, il trasferimento! Il 1° luglio ’72 mi sarei dovuto ritrovare al XLIII BTG TRS “Firenze” in via Jacopo da Diacceto, a 200 metri da S. Maria Novella: avevo raggiunto lo scopo!Che dire: tantissime belle parole che cancellavano tutto il brutto di prima. E’ fatta, finalmente, mi dissi appena il treno si mosse dalla stazione di Napoli; torno a casa, ma cosa di mi aspettava? Almeno, niente di tutto ciò che avevo passato fino al 30 giugno perché tornavo “alla base”.

 

Questa piccola, timida certezza mi dava tanta speranza. Al momento dell’addio, non ricordo i saluti che scambiai con i miei 3 amici, ed è, per me, un forte dispiacere perché, nonostante 100 giorni passati assieme, ho dimenticato tutto, tutto fuorchè quel quadro e quella trattoria. Così, mi “allargai”. Alla stazione di Napoli, non presi il treno per Firenze, ma quello per Pisa, poi Pescia: avevo tempo fino alla mezzanotte. Tutto filò liscio fino a S. Giuliano Terme. Qui, il locomotore si guastò ed io, carico come nel trasferimento a S. Giorgio, dovetti camminare due-trecentro metri fino al telefono. Con babbo e Bruna, che non mi aspettavano, mi ritrovai a casa; una cena normale e, alla fine, alle 23, davanti alla caserma che mi avrebbe ospitato fino alla fine.

 

Entrai – era buio -; un piazzale. A destra, in fondo, una scala; su, ancora a destra, un locale con 10 brande: rete, materasso, lenzuola bianche; ordine e pulizia, e pochi soldati. Tutto era calmo e tranquillo; solo il traffico, già, in via della Scala, rompeva la quiete. Domani, avrei saputo, ma l’impatto fu più che positivo, e se il giorno si vede dal mattino, anche se era sera… Mi accorsi da subito della quiete. Eppure, questo era un Battaglione. Infatti, quattro gatti all’alzabandiera; pochissimi alla mensa e, ovviamente, tanti fiorentini, toscani e confinanti: tutte le caserme mi sembrarono un grosso paesone. In più, non vidi un’arma in giro, nessun elmetto e nessuna corvèe. Solo la divisa da libera uscita, e via dalla caserma appena possibile. Scoprii di essere un privilegiato pur non essendo “disperso” né in uno dei lunghi corridoi di un Distretto Militare qualsiasi e, soprattutto, non ero ai confini nazionali! Infatti, il Genio Trasmissioni era un Corpo Speciale, fuori dai riflettori (in tempo di pace) e, per gli ampi spazi dopo i turni di servizio, riscoprii la città per la terza volta.

 

La prima, nell’estate del ’61, quando fui tirocinante come cameriere all’Hotel Adriatico, in via Maso di Finiguerra, 5 minuti dalla stazione e dalla caserma. La seconda, quando mi trasferii da Pisa al Magistero nell’estate del ’70. Ora, scoprivo la Firenze del cinema, delle trattoria popolari, dei quartieri fuori centro e delle sue strade. Riscoprii le sue stagioni perché le vissi. L’estate, soffocante per il calore trasmesso dai marmi e dalle pietre; i turisti, che cominciavano ad essere frotte; e i rumori: bus, macchine, motorini. Rumori su rumori! E l’afa, che invadeva le strade e si spengeva negli androni dei palazzi, orbite nere in chiarore accecante. Poi, l’autunno, e qualcosa cambiò, dolcemente, almeno nei suoi inizi. Una stagione decadente solo per la natura, non per me; più calma e così cangiante come i colori delle foglie.

 

L’inverno, pieno di spigoli e di spifferi, con i suoi venti freddi e minacciosi, come l’Arno, che trasmette tristezza e, a volte, paura. Nuvole, che fuggono anche loro, e ancora vento che scende da Fiesole, a folate, con sbuffi accompagnati da lame ghiacciate che ti entrano sotto i vestiti e ti fanno rannicchiare. Poi, anche la pioggia, che intristisce ancora di più tutto e tutti. Quando il tempo non era pessimo, camminavo da solo fuori dei percorsi turistici; strade vuote, quasi abbandonate, pulsanti solo di anima popolare, con casermoni grigi e poco verde, che facevano malinconia. Eppure, era la città che sentivo più vicino a me, solitario viandante, un po’ chiusa, sotto le righe, che mi faceva sentire uno dei suoi, e non da quella quasi artificiale ed un pizzico arrogante, dei suoi momenti, palazzi e musei, preda di troppi amanti di un giorno solo.

 

Infine, si apre uno spiraglio; il cielo riprende colore; il sole sgranchisce i suoi raggi; i profumi prendono campo grazie ad un clima più mite. Tutto ripiglia fiato, vigore perché sboccia la primavera, la stagione più bella della città. Questa la mia Firenze che, nel periodo militare, la camminai per giornate intere, incessantemente. Comunque, l’estate trascorsa ottenni l’attestato di aiuto-marconista: ero diventato un Trasmettitore, TRS nella sigla, ed un aumento sulla decade di 25 lire al giorno. Era il 1° agosto 1972, e cominciò il tirocinio di servizio presso il VII COMILITER (Comando Militare Territoriale Tosco-Emiliano), in via Sangallo, a 100 metri dal Magistero, mentre l’ingresso principale si trovava in Corso Cavour, in fronte a Piazza S. Marco. Proseguendo verso nord questo Corso, poche decine di  metri, e si trovava l’ingresso della Corte d’Assise d’Appello di Firenze che, diversi anni dopo, mi vide protagonista come Giudice Popolare del famoso processo al “Mostro di Firenze”.

 

Ma che percorsi ci fa fare il Destino? In poche centinaia di metri , in una città, ho vissuto tre tappe importanti della mia vita. La struttura del Comando conteneva due centri importanti: a piano terra, le telescriventi, il mezzo tecnologico più importante dell’epoca; all’ultimo piano, la sala-radio, dove lavoravano i marconisti. Il servizio doveva coprire le 24 ore, e il turno di notte era quello più duro: dalle 20 alle 8 del giorno dopo, eri solo. Scambiati i messaggi quotidiani, rimaneva un apparecchio acceso per le emergenze. Avresti voluto dormire, almeno tentare, ma non c’era nemmeno una branda; su un tavolaccio, con qualche coperta pesante, vestito, e ti sentivi fuori dal mondo. inoltre, per la mia età, e altro, anche qui divenni programmatore dei turni di servizio  in Sala Radio. L’affiatamento dei TRS era ottimo, con grande stima ed amicizia, e il ritmo che prendemmo fu come quello di un travet. La grande libertà alla fine del turno era quasi totale; ci fu solo un breve temporale per contrappello a sorpresa; passammo un po’ tutti brutti quarti d’ora ma, lentamente, si riprese il ritmo di prima.

 

E arrivò la “borghesia”, che significava l’inizio della fine della leva. Diventai “borghese” gli ultimi 20-30 giorni di naia, e cessavano i servizi, i doveri, gli obblighi: portavi la divisa, ma era come non l’avessi. Con quella, stavi vivendo in un limbo: né più di qua, quasi più di là. La Licenza Ministeriale – l’ultima – di 15 giorni, era il timbro sul congedo. L’ultimo atto ufficiale fu la cena dei congedanti, un rituale, e un addio perché, come avevo già scoperto, ad ogni cambio di caserma aumentavano le promesse e gli indirizzi, ma ci si perdeva quasi subito, per sempre. La Firenze che vissi in quei mesi mi mostrò due facce completamente diverse. La prima, mentre vagavo per la città, appena qui trasferito aveva ostentato un volto duro, poco brillante, mentre contavo i giorni che mancavano alla fine. E m’incupivo talmente tanto da cercare luoghi e scorci che confermassero il mio stato d’animo. L’altra faccia, quella della primavera, mi fu cara, dolce amica perché la sentivo dentro di come, come fossimo in simbiosi. La mattina del 14 aprile 1973, un sabato, con una semplice ed intima cerimonia in caserma, mi fu consegnato l’attestato di Congedo Illimitato; avevo tutto per ricominciare, anche quello. Non aveva fatto “carriera”; partito soldato semplice, così avevo finito. Ritornai alla 500 Giardiniera e mi diressi verso casa. Il traffico, come i parcheggi, avevano ancora qualcosa di umano. A casa, era proprio finita. Di quei tempi lontani, quando mi volto e mi rivedo con le “stellette”, rimase una tenue, lieve, delicata nostalgia per ciò che ero e che, come quella Firenze, non sono più.