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Ho avuto il piacere di passare un’ora al telefono con Danilo Kakuen Sacco, voce del panorama musicale italiano, conosciuto sia per la ventennale storia a fianco dei Nomadi sia per la carriera solista. Quest’ultima è iniziata nel 2012 e continua ancora oggi con 3 album all’attivo, tutti scritti interamente da Danilo, con live in teatri e piazze di tutt’Italia.

  1. Danilo, puoi descriverci il tuo genere musicale, esistono elementi diversi tra passato e presente?
  2. Cerco di unire sia le esperienze del passato che quelle che ho in mente di fare. Comunque, mi piace sperimentare. A parer mio uno dei dischi migliori della storia del rock è stato Sandinista dei Clash dove potevamo sentire generi diversi tra loro: funk, rock, reggae. Questo per dire che il mio non è un genere musicale ben definito ma vado, per così dire, a “sentimento”, potrei svegliarmi domani e tirar fuori un disco heavy metal.

 

  1. Se dovessi fare il nome di qualcuno che per te è stato e continua ad essere un mito nel panorama musicale mondiale, chi sarebbe?
  2. Se devo farti un nome ti dico Peter Gabriel. Da lui ho tratto tantissima ispirazione perché ritengo sia un artista completo, a 360 gradi, un cantante molto dotato, ha inciso album che per me rimangono pietre miliari. Prendo come esempio un suo brano come Biko che, nonostante sia stato scritto molti anni fa, ancora oggi continuo a proporre. È un brano molto importante e sentito. Per chi ascoltasse e non conoscesse può tranquillamente cercare la storia degli attivisti sudafricani Steve Biko e Nelson Mandela e del loro coinvolgimento per l’abolizione dell’apartheid, è in questo modo che la musica diventa veicolo di cultura.

 

  1. Nei tuoi concerti spazi molto nel cantautorato italiano, passando da Bertoli, a De André, a Guccini e ad altri ancora… quanto è difficile, oggi, in Italia proporre brani importanti di artisti come quelli citati? O, anche, trattare temi come quello di Gabriel, considerando la musica nel nostro presente?
  2. Oggi in Italia è molto difficile proporre questo tipo di sperimentazione, quello che era Gabriel, in particolare nei primi 4 album. Purtroppo, nel nostro Paese ci stiamo allontanando da una musica di cultura, ascoltiamo prodotti “pre-digeriti”, non siamo più critici ma ci lasciamo trascinare dalla corrente di pensiero che ci vorrebbero imporre. Non ci sono più i mezzi per farsi apprezzare. Proporre un brano inedito e strutturato non è abbastanza per far conoscere tematiche sociali che vadano al di là di una rottura fra fidanzati. Le radio, in primis, trasmettono ciò che viene loro detto o ciò che più gli conviene. Abbiamo sempre parlato di amore nelle canzoni e se ne continuerà ancora parlare, purtroppo però non ci saranno più testi come “La Cura” di Battiato, “Niente passa invano” di Massimo Bubola, “Vorrei” di Guccini. Queste sono canzoni d’amore con la A maiuscola.

 

  1. Mi ricordo una tua frase, “non faremo un album ogni anno solo per il gusto di far uscire qualcosa ma solo nel momento in cui ci sarà veramente da dire qualcosa”. Parlaci di questo punto di vista, per altro per me giusto e rispettabilissimo.
  2. Ti dico la verità, io mi sarei ritirato 10-15 anni fa se non fosse stato per tutte le persone che mi seguono e che hanno voluto fortemente che io continuassi la mia carriera da solista. Sono loro che ti seguono ovunque ed è proprio per questo che non posso e non voglio stampare un disco solo per riempire un vuoto, facendo ascoltare tra 10 anni delle castronerie o frivolezze. Il prossimo album sarà totalmente diverso dai precedenti, come del resto i lavori passati, che hanno caratteristiche che li contraddistinguono. Noi piccoli e medi cantautori stiamo facendo la “resistenza” in un’Italia dove la musica, purtroppo, sta prendendo un’unica piega, ovvero quella di far ascoltare qualcosa purché faccia tendenza, indipendentemente dal significato del testo. Con questo non voglio dire che la musica di oggi sia brutta, va benissimo tutto, io semplicemente mi ritengo al di fuori di questa cerchia e alla mia età, dopo gli AreaPfmNew TrollsNomadi, non posso permettermi di fare Trap o Rap perché non sarei credibile. I giovani fanno bene a farlo, se piace e guadagnano che lo facciano, ma io come altri sono per la “resistenza”.

 

  1. Ci puoi illustrare brevemente i punti più significativi dei tuoi brani?
  2. Sicuramente sono canzoni che prendono spunto dalla vita reale, che sia la vita di uno sportivo o di una persona come me o di chiunque altro, ed è attraverso la quotidianità di tutti che vai a scrivere. Ritengo sia impossibile per un musicista che rimane nella sua “torre d’avorio” poter comunicare qualcosa. Il musicista è solo un privilegiato ma vive una vita reale e normale ed è proprio grazie a questa che si possono trovare spunti per andare a trattare diversi temi. Per esempio, adesso, sto scrivendo un pezzo che racconta del pugile Rocky Marciano. Scrivere canzoni significa essere un cronista, la vita è fatta anche di famiglie che non arrivano a fine mese, che vivono in 50 mq con 4 figli. Non possiamo continuare a parlare di sciocchezze e purtroppo ci stanno manipolando la mente al punto tale di non aver voglia di affrontare la realtà e quindi ci nascondiamo e/o rifugiamo in storie che non esistono.

 

  1. Quest’anno ci siamo trovati ad affrontare una pandemia che, sicuramente, nessuno si aspettava. Il Covid-19, potrà essere un tema affrontato nei prossimi album?
  2. Sì, potrebbe essere. Il problema del Covid è che fa uscire fuori sia la parte migliore che la peggiore di noi, questi due aspetti devono essere discriminati. Sono d’accordo con Francesco Gucciniche alla domanda se questa emergenza mondiale ci avrebbe reso migliori, ha risposto: “ No, l’uomo non cambia mai, siamo stronzi e rimaniamo stronzi”. Siamo passati dal “ce la faremo” gridato dai balconi, alla delazione del “questo va a correre, questo ha due persone in casa ecc..” tirando fuori quindi una particolare cattiveria ed è compito di un certo tipo di musica far riscoprire il sogno e l’ottimismo.

 

  1. Quali canzoni di Danilo Sacco non possono mancare in un concerto? Abbiamo parlato di amore, e mi viene in mente “Emilie” un brano bellissimo dell’album “Minoranza rumorosa”, del quale mi sono subito innamorato. Un romanticismo che non si trova più molto facilmente.
  2. Sì, ci sono brani a cui sono particolarmente legato, “Jesse Owens” dal brano Jesse E Lutz, dedicata all’amicizia dei due, che si affrontarono poi come rivali nel salto in lungo alle Olimpiadi del 1936; un altro brano è “Best”, un titolo parla da solo, che narra del celebre calciatore nordirlandese, ritenuto uno dei migliori di tutti i tempi. Potrei citare altri titoli come “Novembre mattina” o “La mia lettera”. Ognuno di noi prende le canzoni e le fa proprie secondo la sua esperienza di vita. Del primo album sono estremamente affezionato al brano “Aprimi”, un pezzo sperimentale con un impatto pauroso. Per quanto riguarda “Emilie”, ho preso in esame una storia realmente accaduta dandole note e parole. È nata per caso durante una chiacchierata con Andre Mei (tastierista) e Valerio Giambelli (chitarrista) e sono sicuro che oggi sarebbe anomalo, nelle canzoni passate in radio, sentire di questi tipi di amore e romanticismo. La cosa bella è sentire una canzone per potersi poi documentare sul tema trattato, mi viene in mente “New York 1911” che parla dell’incendio della fabbrica Triangle e che causò la morte di 146 persone. Come questa ci sono tanti brani che parlano di vicende realmente accadute e quando ci si arricchisce di sapere, si diventa automaticamente più forti e più temuti, un popolo “ignorante” è più facile da comandare. Io mi ritengo un artigiano, la musica è arte e questa in genere è il veicolo più potente che esista.

 

  1. Ritieni che oggi il popolo sia schiavo dei social e “tv spazzatura”? La cultura fa paura e, come dicevamo, la musica è vettore di saperi. Di conseguenza questo timore potrebbe spingere all’oscurantismo, portandoci a sentire negli attuali testi concetti che non impegnano alla curiosità e alla ricerca, è possibile secondo te?
  2. L’arte non si limita solamente alla musica, l’arte è anche cinema, teatro, letteratura, poesia; ti faccio un esempio, se andassi a vedere il David di Michelangelo dal vivo, subito ti faresti delle domande: quando è stato scolpito? da chi? perché? In quel momento vai a documentarti, ampliando le tue conoscenze. Acculturarsi è ritenuto pericoloso perché la cultura è potere e questo spaventa. Se oggi potessimo riportare in vita un cittadino medio di Atene dell’epoca di Pericle, sarebbe un genio! E sono passati oltre duemila anni. Questo per dire che non siamo mai andati avanti e non ritorneremo indietro, siamo affossati. Una società, includendo chi ci governa, chiunque essi siano, che non dà la giusta priorità alla cultura, alla scienza, alla scuola e alla sanità è destinata a morire; il popolo italiano è storicamente abituato a città in perpetuo scontro, Firenze contro Pisa, Torino contro Asti, ognuno tende a pensare per sé, adesso sembra che uno dei problemimaggiori sia il Natale, quando fino all’anno scorso a nessuno fregava niente. Mi piace scrivere con l’occhio verso il futuro ma, in questo caso, siamo veramente in una situazione estremamente oscura e stiamo scivolando verso la barbarie senza rendercene conto. Siamo fermi, immobili, non ci interessa più niente, viviamo con la filosofia del “va be’, domani è un altro giorno e si vedrà”, siamo arrivati a questo punto ed è proprio questo che rende un popolo comandabile. La tecnologia e i social, di per sé, non fanno paura, ma è il modo in cui vengono usati che è sbagliato, un coltello può essere usato per sbucciare una mela o uccidere una persona.

 

  1. Danilo “Kakuen” Sacco, come ci spieghi il rapporto con la religione in quanto monaco laico buddista? So che hai fatto degli incontri con il Dalai Lama e immagino siano state ogni volta delle forti emozioni.
  2. Premetto dicendo che il buddismo non è una religione ma una filosofia di comportamento, io sono cristiano buddista. Quando a Buddha chiesero se esistesse Dio, lui rispose “non lo so ma siete liberi di crederci”. Ci sono diverse regole per i buddisti, ciò non toglie di credere ad un Dio creatore se questo fa stare bene. Ho avuto l’onore di incontrare 3 volte il Dalai Lama, sicuramente un’esperienza speciale. La prima volta nel 1995 in India, a Dharamsala, dove risiede il governo tibetano in esilio. Non conoscevo niente a riguardo, incontrai lui, mi prese il viso tra le sue mani e appoggiò la mia fronte alla sua, sentivo che mi stava accadendo qualcosa e secondo i monaci che mi accompagnavano, aveva inserito un seme nella mia mente. Non volevo crederci ma giorno dopo giorno mi facevo sempre più domande, dovevo capire, mi era esploso un mondo cambiando totalmente la visione che avevo della vita. Iniziai così il mio percorso con questo nuovo approccio, fino alla decisione di prendere i voti. Ci tengo a precisare che sono monaco laico, un Bodhisattva, ovvero un monaco che nonostante abbia raggiunto l’illuminazione, sceglie di rinunciare provvisoriamente al nirvana, naturalmente l’illuminazione non l’ho certo raggiunta ma sono determinato a lottare per migliorare. Il maestro del mio maestro mi chiese che mestiere facessi, la mia risposta fu “faccio il musicista… cosa posso fare per migliorare?”. Lui mi guardò e mi disse: “Fai il musicista? Allora fallo bene!” Ognuno deve fare bene il proprio mestiere ed è solo così che si può migliorare. Finisco dicendo di tener duro e che un certo tipo di musica deve farda padrone. Mio padre mi faceva ascoltare Rossini, Verdi, sono cresciuto con il mito di Beethoven e non lo dico per farmi figo, ma vorrei fare qualcosa per lasciare un mondo migliore ai miei figli. La cultura è potere per questo dobbiamo leggere, ascoltare e ammirare tutto quello che è possibile.