La casa dei miei genitori si trova alla foce di una vallata, in un fazzoletto di terra che, come usava, nel secolo scorso, veniva chiamato “Fornello”. Per anni, questo appellativo mi ha lasciato indifferente pensando fosse uno dei “nomignoli” come mille altri, e quindi, di modestissima importanza. Solo recentemente, con più tempo a disposizione, e così cercando di mettere in ordine i ricordi, sparpagliati e “scapigliati”, mi sono soffermato su quel soprannome. C’era qualcosa che non mi tornava, e che tuttora mi lascia perplesso, e la cui soluzione non troverò più. Se la parola fornello, presa alla lettera, significa, tra le altre cose, un piccolo impianto per il riscaldamento domestico, è perlomeno scontato che si stia parlando – almeno – di un ambiente di calore, caldo. Ora, dopo tanti anni qui vissuti, sono arrivato alla conclusione che quella definizione possa racchiudere due denominazioni, in attrito tra loro: o un ambiente che sprigiona calore; o, viceversa, un ambiente freddo, scostante, crudo.

 

Sono del secondo parere, ovviamente. Ho problemi con il freddo, che stanno crescendo con l’età tanto che mi sorprendo ricordando, pur vagamente, quando d’estate non indossavo nemmeno la fruit, e non sono passati secoli! Eccomi qui, allora, in piena estate, vestito non come in inverno, ma come un prossimo autunno: difficile crederlo, ma così è, e peggio per me. Il problema principale di questa situazione è rappresentato dal vento. E’ certo che senza vento il nostro pianeta sarebbe come gli altri: un deserto, anche se, ultimamente, l’esasperato ricorso al politicamente corretto, mi fa credere che i marziani siano scesi tra noi. Infatti, ancora mi stupisco come si sia aperta la corsa per la loro colonizzazione, ma questo è il solito problema americano, che va al di là del mio comprendonio. Il vento, però, è ciò che m’interessa, e mi coinvolge, perché ogni giorno, dopo le 12, quello si alza, e la temperatura scende. In questi periodi, che ci hanno regalato pochi spiragli di azzurro, sia in cielo che dentro di noi, mi soffermo a guardar fuori dalla finestra: c’è il movimento delle chiome degli alberi che ho di fronte. E’ un ondeggiare continuo, come quando un mare agitato forma le sue onde, e che in parte mi affascina, quasi mi ipnotizza.

 

Non è un urlare e un biancheggiare, è un movimento flessuoso, come se qualcuno, o qualcosa, le sospingesse; come un respiro che si ha dopo una breve corsa. Non un affanno, ma un ritmare per ristabilire la normale cadenza di sempre. Questo mi riporta ad un mio polveroso ricordo di quando, con gli amici di allora, frequentavo la Pescia. La bella stagione riportava, vicino alle sponde, la crescita delle canne, il cui fusto si utilizzava per giocare, e i contadini per il loro orto. Si usavano anche, pericolosamente, come un giavellotto, ma i piccoli, si sa, hanno un grande amico che li protegge, quasi sempre. Nelle giornate ventose, non facevamo attenzione al loro ondeggiare; anzi, per chi pescava con l’amo, quella situazione creava grossi problemi, ma i nostri giochi giovanili, innocenti, trovavano altro sfogo perché il mondo ci sorrideva. Diversi anni dopo, scoprimmo che quelle canne erano diventate simbolo per una scrittrice sarda, Grazia Deleddda, che le immortalò in uno dei suoi più bei romanzi: “Canne al vento”. Ne ho riscoperto il testo in un Oscar Mondadori, vecchio e velato di pulviscolo, di decenni fa. Era un classico della Letteratura, e costava “solo” 350 lire; anche per questo ne vendevano migliaia di copie perché in giro non solo c’era sete, ma arsione della buona, grande cultura umanistica.

 

Allora, la fama di questa scrittrice, premio Nobel per la Letteratura nel 1927, era ancora larga tanto che credo di ricordare che la RAI ne traesse addirittura uno sceneggiato. Nel testo di Storia della Letteratura Italiana di Carmelo Cappuccio, l’autore inserisce la Deledda nella corrente del post-verismo, che ha avuto in Giovanni Verga il suo massimo rappresentante, e con “I Malavoglia” il suo manifesto. In realtà, passato il Romanticismo e le spinte ideali del primo Risorgimento, la politica diventa realistica e si apre, con gli scrittori di questo periodo, lo scenario che coinvolge, con i “fatti”, gli umili e la loro vita. In pratica, alla “penna” si sostituisce il “cannone” così che l’attenzione si posa sui “vinti”.  E’ passato più d’un secolo e il ‘900, che è stato definito anche “secolo corto”, ci ha portato guerre e rivoluzioni, ma ho la netta impressione che la maggioranza dell’umanità faccia ancora parte dei “vinti”, e questo rafforza il mio sano e robusto pessimismo e la malinconia, rincuorandomi che, come scriveva Victor Hugo, “…. è la felicità di essere tristi”. Certo, oggi non si cammina quasi più, se non per sport o estrema necessità, tanto che siamo – sono – arrivati, come dicevo, alle escursioni a pagamento nello spazio. E’ la tecnologia, bellezza!, che ormai guida e comanda l’esistenza quotidiana. Instupiditi dalla pubblicità e dai miraggi proposti quasi quotidianamente come conquiste per un futuro di libertà e di diritti, ci ritroviamo proiettati (quelli dai capelli bianchi) in una realtà che stentiamo a sentire nostra.

 

Si va verso l’infinito, dicono; chi non si adegua, rimane ai margini; chi non ha più dimestichezza con i numeri, entrerà in una zona grigia, anticamera dei ricoveri che una volta si chiamavano ospizi. In definitiva, come il barbaro Brenno, sconfitti i Romani, rivolse loro la famosa frase: “Guai ai vinti!” perché questi siamo, o diverremo, noi “matusa”, come la mia generazione chiamava, bonariamente, i vecchi di allora. Così, tutte le esperienze che abbiamo accumulato, e che ci erano state passate dagli avi, se ne stanno andando anche perché è scomparso il focolare e il concetto che vecchio significava maestro. Infatti, sono cambiati anche loro, la gente canuta, impegnatissima a rincorrere il patetico “giovanilismo” ormai imperante utilizzando tutti i “trucchi” messi loro a disposizione perché in grado di essere ancora consumatori.

 

C’è poco da fare: così si evolve il mondo, e chi non può – o non vuole – deve diventare una canna accettando di essere un estraneo. E, ancora, dove sono finite quelle pillole di saggezza, raccolte e filtrate nei secoli di vita dura, e dal normale e ripetitivo scorrere delle stagioni e degli avvenimenti che colpivano la fantasia, e che venivano trasmessi come bonari avvertimenti. Fa’ il passo come la tua gamba: non arriverai primo, ma ti stupirai di quanti rimarranno dietro di te. O, come un vecchio detto africano: “Rallenta, così l’anima ti raggiungerà”. E gli adagi sul tempo, sulla terra, sui rapporti umani: un piccolo grande tesoro che ormai è retaggio di pochissimi. Quello era il mondo degli umili, dei contadini, degli “ultimi”; quello definito dei vinti, che dovevano sopportare il vento, spesso violento e crudele, dei “vincitori”. Infatti, oggi si deve vincere per forza, così ci hanno insegnato. Non conta niente se calpesti gli altri; se sei troppo furbo; se ti “arrangi” in qualsiasi modo per non arrivare secondo perché se vincerai, sarai perdonato e, magari, anche stimato se non invidiato.

 

Già da fanciulli, la “protezione” dei genitori e dei parenti è enorme e, col crescere dell’età, anche quella aumenta tanto che le semplicissime e delicate parole come “scusi” e “grazie” sembrano cancellate dal vocabolario del 2000. Queste generazioni (non tutti, comunque, spero) saranno coloro che guideranno il mondo. certamente, si affineranno ma si dovranno piegare se non vorranno essere schiavi della tecnologia già ampiamente prevista nei films “Odissea nello spazio” e ne “Il pianeta delle scimmie”. Ormai la robotica si è impadronita di tutto o quasi, e mi sembra che si illudano coloro che pensano di poterla gestire come vogliono. Manca il sentimento, e mancano i valori e l’etica, almeno fino ad ora, anche se, ieri come oggi, per fare “carriera” meno ne hai e più in alto Sali. Il mondo è cambiato troppo velocemente, per me, e non ho più la forza e la voglia di combattere le storture che spuntano come funghi in questa attualità arrembante, dove il dio soldo ha confermato e consolidato il suo potere.

 

Il cittadino è al centro della Nazione, così ti dicono e così scrivono; poi, ti accorgi che per vivere dignitosamente devi arrancare e ti rendi conto che la tua situazione è dura, e sei uno come tanti, una canna al vento. E’ così che quel pizzico di conoscenze che hai ti riporta al passato, e tutti i sogni di gloria rimangono sospesi, sollevati, e si allontanano perché, nonostante tutto, poco è cambiato nei libri di Storia. Nella Rivoluzione Francese, che ha segnato un passo in avanti dei diritti umani, si sono scordati che non erano solo “tre” i rappresentanti dello Stato: nobiltà, clero e borghesia (3° stato), bensì quattro, il popolo, al quale rimase da applaudire quando la ghigliottina spiccava teste freneticamente.

 

Poi, come sempre, alla Rivoluzione seguì la Restaurazione e agli umili e ai vinti rimase ben poco da gioire, se non bei romanzi e una corrente letteraria,oggi messa in soffitta soffocata dalla polvere. C’è amarezza, lo so, tra queste righe, e rassegnazione perché, passata l’età d’oro della vita, ti ritrovi tra uno, nessuno e centomila cercando di dare dignità difendendo la propria. Poi, basta un clic su un computer per gettare sul lastrico senza un perché centinaia di lavoratori; o, peggio, una malattia misteriosa che fa tremare il mondo. allora, ci accorgiamo di essere inadeguati, fragili e deboli, e cadiamo tutti nel panico perché la nostra epoca ha una paura maledetta della sofferenza, delle conseguenze di una malattia, della vecchiaia. Dicevano i saggi: bisogna ricordare che noi umani camminiamo sulle corna di una chiocciola, e sognare non costa niente, anzi. Però, il ritorno alla realtà sarà arduo, duro e travagliato. Il mondo, falso, che cinema e TV c’inviano tutti i giorni illudendoci di vivere una favola, si è rivelato ormai quello che è, e non sappiamo come finirà.

 

Grazia Deledda scriveva nel suo libro che incombeva, sugli uomini, la forza misteriosa e inarrestabile del destino, ma anche la fiducia che solo con l’accettazione umile del dolore è possibile sopravvivere. Non è un messaggio esaltante, ottimista, tracciato un secolo fa in una Sardegna ancora lontana dalla vita del continente, improponibile nel mondo moderno, ormai in mano ai supereroi, che hanno la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi che più grandi sono e più loro si esaltano. Oltre che attore, grande, Totò ci ha lasciato una bella canzone e qualche poesia. La migliore è “…’a livella”, nella quale, dopo la loro morte, un nobile si rifiuterebbe di essere inumato accanto ad un povero. Ma lui immagina che, in quel momento chi di dovere “livella” la vita, e c’è poco da reclamare. Anche lui, però, ha rispettato poco questo messaggio: le sue spoglie si trovano nel camposanto di Napoli in una cappella eretta per il principe De Curtis, ma lo perdoniamo per tutto ciò che ci ha lasciato.

 

In fondo, comunque, siamo tutti canne al vento perché la vita è proprio questa: piegati ma non spezzati, fino a quando arriverà un vento più forte che ci porterà chissà dove.